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Volontariato: il Decreto 31 luglio 2025 sulla certificazione delle competenze

  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Il Decreto Interministeriale 31 luglio 2025 segna un passaggio importante nel modo in cui il nostro ordinamento guarda al volontariato: non più solo gesto solidale, ma vero spazio di apprendimento riconosciuto e certificabile. Il provvedimento inserisce le esperienze svolte negli Enti del Terzo settore dentro il Sistema nazionale di certificazione delle competenze, permettendo di valorizzare in modo strutturato abilità come collaborazione, comunicazione, problem solving, gestione del tempo e assunzione di responsabilità. Attraverso requisiti minimi chiari (almeno 60 ore in 12 mesi), un progetto personalizzato, il supporto di un tutor e il rilascio di un documento di trasparenza, le competenze acquisite nel volontariato diventano patrimonio spendibile nei percorsi scolastici, formativi, universitari e nelle selezioni lavorative. In questo modo il volontariato viene riconosciuto come investimento in capitale umano e sociale, con ricadute concrete sulla crescita personale e sull’occupabilità delle persone.

Cosa fa il decreto, in parole semplici

  • Dice che il volontariato non è solo “aiuto gratuito”, ma anche una vera esperienza di formazione personale, sociale e professionale.​

  • Collega il volontariato al sistema nazionale di certificazione delle competenze, come scuola, formazione professionale e lavoro.​

  • Stabilisce regole uguali per tutti su come descrivere, verificare e attestare ciò che una persona impara facendo volontariato.​

Chi è considerato volontario e con quali regole

  • Volontario è chi presta attività gratuita e senza scopo di lucro attraverso un ETS o in progetti simili a quelli “utili alla collettività”.​

  • L’attività deve essere libera, personale, fatta per il bene comune, senza compenso; sono rimborsabili solo le spese reali documentate (niente rimborsi forfettari).​

  • Gli enti devono registrare i volontari che operano con continuità, così l’impegno risulta chiaro e verificabile.​

Quando e come si possono certificare le competenze

  • L’esperienza di volontariato è valutabile solo se ci sono almeno 60 ore in 12 mesi, con attività documentate e verificabili.​

  • Il percorso può iniziare su richiesta della persona o su iniziativa degli enti autorizzati.​

  • Gli ETS, seguendo standard tecnici nazionali, hanno il compito di rilevare e mettere “in trasparenza” le competenze acquisite (cioè descriverle in modo chiaro e confrontabile).​

Il percorso pratico per il volontario

  • Prima ci sono momenti informativi (colloqui o incontri di gruppo) per spiegare bene il servizio e le condizioni di accesso.​

  • Poi si firma un progetto personalizzato: indica durata del percorso e obiettivi o risultati di apprendimento attesi.​

  • Per tutto il percorso il volontario ha un tutor che lo accompagna nelle attività e nella raccolta delle prove di ciò che sa fare.​

  • Alla fine viene rilasciato un “documento di trasparenza” con: dati della persona e degli enti, descrizione delle esperienze, competenze potenzialmente acquisite, durata del percorso (almeno il 75% di quella prevista e comunque minimo 60 ore).​

A cosa serve la certificazione

  • Le competenze riconosciute possono “viaggiare” e valere: a scuola, nella formazione professionale, all’università, nei concorsi pubblici e nelle selezioni del personale.​

  • In questo modo il volontariato diventa un elemento che può aiutare davvero nello studio e nel lavoro, migliorando l’occupabilità delle persone.​

Ruolo degli ETS e del Ministero

  • Gli ETS non sono solo soggetti sociali, ma anche educativi: partecipano al sistema nazionale di valorizzazione delle competenze, anche insieme ai Centri duali nazionali che collegano scuola e mondo produttivo.​

  • Il Ministero del Lavoro coordina il monitoraggio e la valutazione del sistema, raccoglie i dati dagli ETS e controlla che le procedure siano di qualità e coerenti con le regole nazionali.​


 
 
 

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