Sport e Terzo Settore: minori, volontari, casellario e spogliatoi. La tutela passa dalle buone regole.
Quando un’associazione sportiva o un Ente del Terzo Settore coinvolge minori nelle proprie attività, la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Siamo in regola con gli adempimenti?”. La domanda più importante è: “Abbiamo creato un ambiente davvero sereno, rispettoso e sicuro per i ragazzi?”.
Il certificato del casellario giudiziale è uno degli strumenti che aiutano a rispondere a questa domanda. L’art. 25-bis del D.P.R. 313/2002 riguarda chi viene impiegato in attività professionali o volontarie organizzate che comportano contatti diretti e regolari con minorenni.
Serve a verificare la presenza di determinate condanne o interdizioni relative a reati contro i minori.
Nel mondo sportivo, inoltre, l’art. 33, comma 7, del D.Lgs. 36/2021 prevede che ai minori praticanti attività sportiva si applichino le tutele previste dal D.Lgs. 39/2014. Per questo ASD e SSD devono affrontare seriamente il tema safeguarding, adottando regole e comportamenti concreti per prevenire abusi, violenze, discriminazioni e situazioni di disagio.
Chi deve avere il certificato?
In una ASD o in un ETS non devono avere automaticamente il certificato tutte le persone adulte che si trovano insieme a un minore. Occorre distinguere tra chi svolge un ruolo affidato dall’ente e chi è semplicemente presente come atleta, partecipante o genitore.
Di regola, il certificato va richiesto alle persone incaricate dall’associazione o dall’ente di svolgere attività dirette e regolari con minori: allenatori, istruttori, assistenti, preparatori, dirigenti accompagnatori, volontari addetti alle trasferte, accompagnatori, autisti, addetti agli spogliatoi e operatori che seguono stabilmente bambini e ragazzi.
La semplice compagna maggiorenne di squadra, invece, non deve richiedere il certificato solo perché nella squadra è presente una ragazza minorenne.
Il discorso cambia se l’ASD le affida formalmente un incarico: ad esempio accompagnare stabilmente la ragazza, gestire lo spogliatoio, occuparsi del trasporto o svolgere un ruolo di assistenza durante trasferte e allenamenti.
Il principio utile è questo: il certificato non dipende dall’età della persona, ma dal ruolo effettivamente svolto e dal tipo di contatto organizzato con i minori.
Volontari: gratuità non significa assenza di regole
Il volontariato è una risorsa fondamentale per ASD, APS, ODV e altri ETS. Ma il fatto che un’attività sia gratuita non significa che possa essere improvvisata.
Pensiamo al volontario che accompagna ragazzi a una gara, che li porta con la propria auto agli allenamenti, che segue un minore con disabilità, che entra negli spogliatoi o che partecipa alle trasferte.
Sono attività preziose, ma anche delicate: spesso comportano contatti diretti, ripetuti e talvolta individuali con minorenni.
In queste situazioni, l’ente dovrebbe acquisire il certificato del casellario, formalizzare l’incarico, informare le famiglie, stabilire regole per il trasporto e individuare chiaramente chi è responsabile dell’attività. Non è una mancanza di fiducia nei volontari: è una forma di tutela per i ragazzi, per le famiglie, per l’ente e per gli stessi volontari corretti.
Un caso pratico: la squadra di basket
Immaginiamo una squadra femminile di basket che milita in Promozione. Tutte le giocatrici sono adulte e hanno più di quarant’anni; nella rosa, però, è presente anche una ragazza di sedici anni. La ragazza non desidera fare la doccia né cambiarsi nello stesso spogliatoio delle compagne adulte e chiede di avere uno spazio separato.
In un caso simile, le giocatrici adulte non devono richiedere il certificato del casellario solo perché sono compagne di squadra della minorenne. Non hanno, per questo solo fatto, un incarico educativo, di vigilanza o di accompagnamento affidato dalla ASD.
Il certificato va invece valutato e richiesto per le figure adulte che hanno un incarico organizzato nei confronti della ragazza: allenatore o allenatrice, viceallenatore, dirigente accompagnatore, preparatore, fisioterapista, eventuale addetta agli spogliatoi, autista o volontario incaricato delle trasferte.
Se una delle atlete adulte ricevesse formalmente dalla ASD il compito di accompagnare stabilmente la sedicenne o di assisterla durante le attività, assumerebbe un ruolo diverso da quello di semplice compagna e dovrebbe essere trattata come figura incaricata.
Spogliatoi e docce: ascoltare prima di imporre
La richiesta della ragazza di avere uno spazio separato merita ascolto e rispetto. Non deve essere presentata come un capriccio, né la minore deve essere obbligata a cambiarsi o a fare la doccia con persone adulte se questa situazione le crea disagio.
La soluzione migliore è mettere a disposizione un secondo spogliatoio, se la struttura lo consente.
La ragazza può comunque restare pienamente inserita nella vita della squadra: briefing, saluto iniziale e finale, indicazioni tecniche e momenti di gruppo non devono essere sacrificati. Separare gli spazi per cambiarsi o lavarsi non significa escludere una persona dalla squadra.
Se non vi è uno spogliatoio aggiuntivo, l’ASD può concordare orari diversi di utilizzo: la minore entra qualche minuto prima o dopo le compagne per cambiarsi e, se lo desidera, per fare la doccia. Se le docce non offrono sufficiente privacy o non vi sono postazioni individuali, la ragazza deve poter scegliere liberamente di fare la doccia a casa, senza pressioni, commenti o conseguenze sportive.
Le linee guida della Federazione Italiana Pallacanestro richiamano, tra le misure di tutela, il divieto per allenatori e staff di condividere con gli atleti bagni, spogliatoi, stanze e altri spazi comuni. L’ASD deve quindi organizzare gli ambienti in modo da rispettare privacy, dignità e sicurezza di ogni atleta, con particolare attenzione quando sono presenti minorenni.
Qualche regola semplice che aiuta tutti
Non occorrono procedure complicate per iniziare a lavorare bene. Ogni ASD o ETS che coinvolge minori dovrebbe almeno prevedere:
incarichi chiari per allenatori, accompagnatori, autisti e volontari;
richiesta del certificato alle figure che hanno ruoli diretti e regolari con minorenni;
regole scritte per trasferte, accompagnamenti e trasporto in auto;
autorizzazioni delle famiglie e contatti di emergenza aggiornati;
divieto assoluto di foto, video e messaggi inappropriati negli spogliatoi;
regole di rispetto della privacy negli spogliatoi, nelle docce e durante le trasferte;
un referente safeguarding a cui rivolgersi in caso di dubbio, disagio o segnalazione;
ascolto delle esigenze del minore e dialogo riservato con i genitori o con chi esercita la responsabilità genitoriale.
La tutela dei minori non consiste nel sospettare di tutti. Consiste nel fare in modo che nessuno — ragazzo, volontario, allenatore o famiglia — resti senza regole chiare davanti a una situazione delicata.
Una buona associazione non è quella che ha soltanto i documenti in ordine: è quella in cui ogni ragazzo e ogni ragazza può allenarsi, viaggiare, cambiarsi e vivere lo sport o l’attività associativa sentendosi rispettato, ascoltato e al sicuro.






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