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La responsabilità civile dell'allenatore

La norma in questione differisce da quella di cui al già trattato art. 2048 perché il soggetto che cagiona il danno deve essere incapace di intendere e volere (e si tratta di una valutazione che compie il giudice anche mediante presunzioni, quali il riferimento alla stessa età del minore e al tipo di studi da lui frequentati). Nel caso in cui il minore sia ritenuto incapace di intendere e di volere, risponderà del danno dallo stesso cagionato chi era tenuto alla sua sorveglianza.

Nell’ipotesi, invece, in cui il danno sia stato determinato dal fatto illecito degli allievi o degli apprendisti la responsabilità degli stessi graverà sui precettori e sugli insegnanti. Tuttavia, e qui sta la differenza con l’art. 2047, tale responsabilità concorrerà con quella del minore il quale sarà responsabile ex art. 2043 cod. civ. (responsabilità extra contrattuale generica) e sarà tenuto al risarcimento del danno. Dunque la responsabilità dei precettori e degli insegnanti si aggiunge a quella del minore; circostanza, questa, che non può verificarsi per il caso previsto dall’art. 2047 atteso che il presupposto ivi previsto è la incapacità di intendere e volere del danneggiante.

In passato è stata individuata anche un’altra differenza tra le due norme. Infatti si riteneva che nell’ipotesi prevista dall’art. 2047 la responsabilità del soggetto tenuto alla sorveglianza dell’incapace sussistesse anche nel caso in cui il danno cagionato dall’incapace non scaturisse da un fatto illecito.

Tuttavia in un recente pronunciamento (Sent. n. 7247 del 30.3.2011) la Suprema Corte di Cassazione si è trovata a disquisire sul punto affrontando un caso di danno cagionato da un giovane calciatore ad un avversario nel corso di una partita. Orbene, il Supremo Collegio, rivisitando tutta la rilevante normativa così come interpretata negli anni, ha concluso che sebbene non espressamente previsto dalla norma, dall’intero sistema di responsabilità aquiliana si evince che perché il sorvegliante sia tenuto al risarcimento del danno cagionato dall’incapace è necessario che il danno stesso sia ingiusto e cioè che sia arrecato “non iure”. Dunque sembrerebbe superato uno dei punti ritenuti caratterizzanti la responsabilità ex art. 2047 rispetto a quella che  deriva dall’applicazione dell’art. 2048.

La Corte sulla base di tale affermazione ha, poi ritenuto non illecito (e quindi ingiusto) il danno cagionato dal giovane calciatore affrontando il tema della responsabilità per le lesioni inferte ad un partecipante ad un’attività sportiva. Tale ultimo tema risulta estremamente interessante oltre che particolarmente elaborato sicché si rinvia la trattazione ad altra futura occasione.


(a cura dell'avv. Claudio Monteoleone)


Senza alcuna volontà di completezza ma unicamente al fine di fornire uno spunto di riflessione, preme evidenziare che la responsabilità dell’allenatore si può verificare sia nell’ipotesi in cui l’atleta/allievo si determini da solo un danno durante il gesto sportivo, sia nel caso in cui il medesimo atleta cagioni ad altri un danno (in tale ultimo caso la responsabilità è attribuibile solo in ipotesi di allievi/atleti minorenni).
La norma in questione prevede una presunzione di responsabilità che può essere superata solo fornendo una prova liberatoria attraverso la dimostrazione del fatto che non vi sia stata la concreta possibilità di impedire il fatto dannoso.
La materia non è certamente semplice ed è stata oggetto di alcuni interventi giurisprudenziali che hanno cercato di definirne i contorni.
In particolare la Corte Suprema di Cassazione, quanto alla prova liberatoria, ha statuito (per una vicenda che riguardava istruttori di minori durante un corso di nuoto in piscina) che la stessa non può ritenersi raggiunta in base alla sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo, dopo l'inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno, ma richiede anche la dimostrazione di aver adottato, in via preventiva, le misure organizzative o disciplinari idonee ad evitare una situazione di pericolo favorevole all'insorgere di detta serie causale (così Cass. Sez. III, sent. n. 2027 del 27-03-1984).

Ancora, la Corte di Cassazione, ha ritenuto che l’istruttore sportivo è responsabile del danno - nella specie con un colpo di mazza, non fermata all'altezza del torace, tra giocatori principianti di hockey su prato - provocato da un allievo ad un altro se non dimostra di aver adottato tutte le misure organizzative e disciplinari idonee ad evitarlo e di aver prestato la dovuta vigilanza, correlata alla prevedibilità dell'evento, per la loro osservanza.  (cfr Cass. Sez. III, sent. n. 2486 del 06-03-1998).

Dunque, l’istruttore/allenatore dovrà effettuare un giudizio prognostico rispetto a possibili situazioni di pericolo ed apportare le misure idonee ad evitare il danno. Ciò vale anche per eventuali provvedimenti disciplinari da adottare nei confronti degli atleti.

Giova a questo punto accennare brevemente alle differenze di responsabilità previste dall’art. 2047 cod. civ. Questa norma al comma 1 dispone che <<In caso di danno cagionato da persona incapace di intendere o di volere, il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell'incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto>>. Anche l’ipotesi prevista dall’art. 2047 non contempla la responsabilità per danno auto inflitto e ciò è stato chiarito da diversi pronunciamenti della Corte di Cassazione.

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